Tutti insieme da Agno a Taverne
Scritto da max, Venerdì 14 Marzo 2008
Secondo uno studio l’avvenire del Vedeggio passa per la fusione
I Comuni da soli non ce la fanno più. Non che non siano capaci a gestire il territorio, ma devono affrontare problemi sempre più complessi che, a volte, vanno al di là delle loro competenze, conoscenze e risorse. Traffico, degrado ambientale, pianificazione edilizia, economia. È complesso il quadro dipinto da «Management territoriale – Il Vedeggio», uno studio condotto dal segretario comunale di Bedano Curzio Sasselli per l’ottenimento del diploma cantonale superiore di Pubblic Manager e focalizzato sui paesi compresi tra Agno e Torricella-Taverne (il libro è ottenibile in cancelleria a Bedano). Sasselli analizza l’area come un sistema, aldilà dei confini politici che la demarcano. Giunge alla conclusione che sono proprio i confini che non permettono di gestire al meglio il territorio: riunire i Comuni del Vedeggio in un solo polo, per l’autore, è un’assicurazione per la qualità di vita futura.
L’INTERVISTA
Signor Sasselli, dal suo studio emerge che i Comuni, nel caso specifico quelli del Vedeggio, non hanno le risorse necessarie per far fronte a problematiche di tipo regionale come pianificazione, viabilità, economia e gestione del paesaggio. Le fusione è l’unica via d’uscita?
«Non è l’unica via d’uscita, ma lo strumento migliore per affrontare questi temi affinché vi sia un’amministrazione in grado di promuovere uno sviluppo autonomo del territorio. Ci sono altre forme di collaborazione, ma i tempi decisionali si allungano e l’ente Comunale perde il suo ruolo attivo nel processo decisionale».Lei presenta la gestione del Comune con un approccio aziendale, con il territorio da valorizzare come un vero e proprio prodotto. In tal senso l’aggregazione si basa sullo stesso principio delle fusioni tra grosse imprese?
«Ci sono due obiettivi ben distinti: quello delle aziende è il profitto, quello dell’ente pubblico è offrire servizi ottimali, efficienti ed efficaci per rispondere alle esigenze della comunità».Uno dei punti forti di questo nuovo approccio è il concetto di marketing territoriale. Di che si tratta?
«È una strategia di promozione del territorio che si focalizza su tre funzioni principali:quella conoscitiva (radiografia del territorio), quella creativa (analisi dei dati e attuazione di piani strategici) e quella operativa (concretizzazione). Questa tecnica è rivolta soprattutto alle aziende per attrarre nuovi insediamenti nel territorio che portino valore aggiunto, risorse finanziarie e posti di lavoro».Se i Comuni o i poli diventano sempre più competitivi nell’attrarre ditte, turisti e abitanti, cosa succede a chi perde questa partita?
«È una domanda provocatoria che lancio anch’io nello studio. A livello cantonale non c’è una chiara indicazione su dove si vuole arrivare. Le periferie dovrebbero cercare di sviluppare le loro peculiarità. La perequazione finanziaria è un aiuto alle comunità rurali; ma ciò non vuol dire che i Comuni che producono ricchezza debbano essere sempre disposti a sostenere gli altri. I territori che non riescono ad essere autonomi dovrebbero pensare di aggregarsi ai poli di riferimento, affinché il benessere creato possa essere ridistribuito anche nelle zone discoste».La necessità di creare nuovi poli per gestire temi interregionali non è sintomo di un’incapacità del Cantone nel farlo?
«Nell’ Ottocento il Comune doveva soddisfare le esigenze di sopravvivenza della popolazione; oggi è sempre più orientato all’offerta di servizi e strutture e con maggiori responsabilità fatica sempre più a trovare risposte adeguate. Di conseguenza c’è stato un travaso di competenze sul Cantone e ciò ha contribuito a rendere difficile la situazione finanziaria del Ticino».Le fusioni quindi potrebbero alleviare le sofferenze finanziarie del Ticino?
«Certo che sì: con Comuni forti si può riportare le competenze a livello regionale, dove tra l’altro si conoscono meglio i problemi locali. Ma è pure necessario cambiare mentalità sulla funzione dell’ente pubblico: troppo spesso si ragiona in un’ottica di sussidiamento, anziché in quella di una sana imprenditorialità».Parliamo di pianificazione. Come si immagina il futuro Vedeggio in caso d’aggregazione?
«Oggi, se lo si guarda dall’alto, ci si accorge che a livello pianificatorio c’è un certo disordine: capannoni industriali che si confondono con zone residenziali e zone verdi; un misto di strade, autostrade, ferrovia, aeroporto, ecc. Ogni Comune ha adottato un suo Piano regolare senza il necessario coordinamento. E gli effetti sono visibili a tutti! Personalmente adotterei una pianificazione unitaria per migliorare la tipologia delle aree edificabili, il coordinamento delle infrastrutture, la salvaguardia e valorizzazione delle aree ancora verdi».Mettiamo il caso che si discuta l’aggregazione. Tra i Comuni coinvolti c’è disparità a livello finanziario. Potrebbe ripetersi ciò che è successo con Mezzovico, Comune forte a cui non è piaciuta l’idea di «trainare» gli altri nel progetto Monteceneri?
«Sicuramente il rischio c’è; per questo è importante sviluppare una strategia di comunicazione per evidenziare la necessità di adeguarsi ai mutamenti in atto. Bisognerebbe però analizzare perché un Comune è ricco o è povero. Il Vedeggio, a livello di sviluppo, beneficia della vicinanza con il mercato finanziario di Lugano e del nord Italia».Luigi Pedrazzini, in una recente intervista al CdT, ha detto: «Non posso escludere che in futuro si arrivi ad utilizzare la “leva” del moltiplicatore d’imposta per superare sterili opposizioni». Sarebbe una strategia vincente o controproducente?
«In linea di massima sarebbe opportuno persuadere i Comuni che sono in difficoltà a cercare le necessarie sinergie, che sono un vantaggio anziché qualcosa di negativo. Nei casi estremi si può anche fare una certa pressione, anche perché l’ente pubblico utilizza i soldi della comunità, che devono essere impiegati nel migliore dei modi».Giuliano Gasperi
[CdT]
Secondo uno studio l’avvenire del Vedeggio passa per la fusione

Scrivi un commento